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La cultura del sospetto

Daniele De Rossi ha aperto il vaso di Pandora, prendendo pubblicamente di petto un tema che, sottotraccia, aleggia nel calcio italiano da sempre: la cultura del sospetto.

Le parole del tecnico del Genoa nella conferenza stampa di presentazione della gara contro il Verona sono diventate virali, postate, ripostate e condivise sul web, fino ad arrivare a milioni di utenti.

Ho letto quello che in tanti hanno scritto sui social tra l’uscita delle formazioni e la fine della partita…” ha tuonato DDR.

E’ vergognoso che si possa dubitare così di uno che sta da oltre vent’anni nel calcio…”.

De Rossi era stato preso di mira la settimana scorsa all’uscita delle formazioni ufficiali della gara, poi vinta, contro la “sua” Roma perché aveva cambiato cinque titolari rispetto al solito: per molti era la prova che volesse avvantaggiare la sua ex squadra, schierando le riserve.

Cultura del sospetto, radicata nel DNA del tifoso italiano medio.

Poi il Genoa quella gara l’ha vinta, ma De Rossi non ci sta: “Se avessimo perso, e ci poteva stare, adesso starei qui a dovermi giustificare…”

Ha ragione, da vendere. Come spesso gli capita. Personaggio pulito e schietto, mai banale.

Diceva Giulio Andreotti che “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”. Questa citazione rispecchia pienamente la tendenza, tipicamente italiana, a cercare sempre del marcio, in tutto.

Il calcio, specchio fedele della vita e della cultura di un popolo, non fa altro, nel suo essere popolare, che rispecchiare e acuire questo aspetto culturale.

Arrivare anche solo a pensare, figuriamoci a scrivere, che un allenatore possa intenzionalmente compromettere il proprio lavoro per favorire un avversario è folle.

Dalla salvezza del Genoa passa una fetta importante della carriera da allenatore di De Rossi, che viene da anni visto come predestinato ma che ancora non è riuscito ad ottenere quei risultati tangibili che possano metterlo in rampa di lancio, anche perché le opportunità sono state poche.

Il mondo calcistico e le chiacchiere che se ne fanno, un tempo al bar oggi sui social, sono da sempre immersi nella cultura del sospetto: si può dire che il sospetto sia esso stesso parte integrante del successo del calcio, perché alimenta dibattiti, crea schieramenti, costruisce storie.

Se un arbitro sbaglia è perché è corrotto. Se un giocatore fallisce un gol è perché è venduto. Se una squadra vince sempre è perché il suo dirigente è potente “nel palazzo”. Se un allenatore schiera una formazione a sorpresa è perché vuole facilitare l’avversario.

La dicotomia tra colpevolisti e innocentisti, alimenta storie e narrazioni calcistiche, da sempre. Ed è parte integrante della fortuna del calcio in Italia, perché nel nostro Paese il complottismo tira, sempre. Crea hype.

Lo vediamo anche nelle storie di cronaca nera, molte delle quali anche a distanza di anni ancora campeggiano sulle pagine di tutti i giornali.

A volte, purtroppo, le teorie complottiste hanno avuto riscontri reali: basti pensare a Calciopoli, che ha dimostrato che a volte è vero che le trame di palazzo possano essere determinanti e che gli arbitri possano perdere la propria imparzialità nei confronti dei protagonisti del pallone.

Gli scandali del Totonero e del Calcioscommesse, a più riprese, hanno dimostrato che, a volte, i giocatori possono effettivamente essere venduti.

Il sistema, insomma, non ha dimostrato di essere sempre inattaccabile, e questo ha dato forza e legittimità agli attacchi.

Ma la linea di confine tra l’eccezione e il “sempre” è difficile da tracciare, come quella tra il legittimo dubbio e la stupidità.

Pensare che un allenatore possa mettere in campo una formazione sbagliata per perdere la partita è semplicemente stupido.

Iniziare a smontare le tesi stupide è il primo passo per cercare di contrastare la cultura del sospetto, che paradossalmente diventa essa stessa uno strumento potenzialmente vantaggioso per il marcio vero.

Se tutto è marcio significa che poi niente lo è davvero. Perché il marcio diventa sistemico, e finisce per alimentare una contrapposizione ideologica tra due schieramenti.

Il classico caso di “al lupo al lupo!”: se si grida sempre al complotto quando poi ci viene fatto sotto il naso o non ce ne accorgiamo o, se lo denunciamo, il nostro grido sarà destinato a perdersi nelle eco delle urla lanciate a caso precedentemente.

L’articolo La cultura del sospetto proviene da IlNewyorkese.

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