
ROMA (ITALPRESS) – Il tumore del seno rappresenta oggi la neoplasia più frequente nella popolazione femminile in Italia e nel mondo. In Italia, secondo Aiom e Aertum, ogni anno si registrano circa 55mila-60mila nuove diagnosi di tumore della mammella: l’incidenza aumenta con l’età, ma in realtà questo tumore riguarda anche una quota significativa di donne più giovani; circa un caso su quattro viene infatti diagnosticato prima dei cinquant’anni. A livello globale i dati della World Health Organization e della International Agency for Research on Cancer parlano di oltre 2,3 milioni di nuovi casi ogni anno: l’incidenza è più elevata nei paesi ad alto reddito ma la crescita più rapida si osserva nelle aree a medio e basso reddito, dove i cambiamenti negli stili di vita, dall’alimentazione alla riduzione della natalità, stanno modificando il profilo di rischio. Se l’incidenza resta elevata, i progressi sul fronte della sopravvivenza sono molto incoraggianti: in Italia la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi ha raggiunto oggi livelli tra i più alti in Europa, attestandosi intorno all’87-90%; un risultato reso possibile da una combinazione di fattori, programmi di screening, maggiore consapevolezza, diagnosi sempre più tempestiva e terapie sempre più efficaci, dalla chirurgia conservativa alle cure sistemiche mirate.
“Il tumore al seno è un universo, però possiamo comunque restringere il campo a quattro sottotipi maggiori. Il più frequente è il tumore ormonosensibile, che rappresenta i due terzi o addirittura i tre quarti dei tumori mammari e si verifica soprattutto dopo la menopausa: questi a loro volta si dividono in tumori ormonodipendenti con proliferazione bassa o alta”, ha spiegato Paolo Veronesi, direttore della divisione di Chirurgia senologica e Breast Unit dell’Istituto europeo di Oncologia di Milano e presidente della Fondazione Umberto Veronesi, intervistato da Marco Klinger per Medicina Top, format tv dell’agenzia di stampa Italpress.
Le tipologie di trattamento, sottolinea Veronesi, sono diverse: “Normalmente i tumori ormonali richiedono un intervento chirurgico o di radioterapia, nel caso occorra qualcosa di più conservativo, e una cura di tipo ormonale. Quest’ultima dipenderà dallo stato menopausale della paziente: alle donne più giovani si può dare il tamoxifene, se il tumore è molto piccolo o con linfonodi negativi, o si può fare una terapia più complessa che prevede di bloccare il ciclo e indurre la menopausa con dei farmaci; in questo caso le prospettive di guarigione sono ottime, ma dipende anche dallo stadio iniziale. Quando la proliferazione è un po’ più vivace, a volte si può aggiungere anche un trattamento chemioterapico, sia pre che post operatorio”.
Sul tumore mammario, prosegue, “possiamo fare ottima prevenzione, anche perché la crescita di solito non è così rapida ed è dunque difficile che sfugga ai controlli periodici: purtroppo ci sono anche tumori molto aggressivi che si manifestano tra un controllo e l’altro e sfuggono alla prevenzione, mentre i tumori ormonali vengono facilmente individuati quando sono di piccole dimensioni perché hanno una nettezza abbastanza lunga nel tempo di crescita. Il vantaggio di uno studio multicentrico è naturalmente quello di poter arruolare un numero maggiore di pazienti in un tempo più breve: l’obiettivo è anticipare uno studio genomico, che normalmente viene offerto ai pazienti dopo un intervento chirurgico nei casi di tumore con proliferazione vivace per capire se ci può essere un vantaggio o meno in un trattamento chemioterapico; questo studio permette di fare il test prima dell’intervento chirurgico, per capire se la paziente può essere candidata prima dell’intervento chirurgico a una chemioterapia neoadiuvante o a una terapia ormonale o se invece si deve andare direttamente all’intervento senza passare dalla chemioterapia”.
Paolo Veronesi si sofferma poi sull’eredità lasciata dal padre Umberto, evidenziando come “è stato papà non solo mio ma in un certo senso di tutti i senologi italiani e dei chirurghi e non che si occupano di questa patologia: ha insegnato il rispetto della femminilità e dell’aspetto della donna, ha introdotto la chirurgia conservativa, ha condotto ricerche sulla conservazione dei linfonodi e sulla possibilità di evitare la radioterapia dopo l’intervento; a lui dobbiamo anche la ricostruzione mammaria e la chirurgia oncoplastica, segno che metteva massima attenzione alla qualità di vita e all’aspetto estetico in modo da evitare il disagio per l’asportazione dei linfonodi. Un altro messaggio di papà era di non fermarsi mai: ricordo che tutte le volte che finivamo uno studio scientifico lui ci spronava a continuare. Era sempre pronto a innovare: anche negli ultimi anni della sua vita, quando sapeva che magari un suo studio non sarebbe stato portato a termine, lo proponeva ugualmente e poi li abbiamo finiti noi. I medici di oggi sono padroni di una tecnologia che mio papà non aveva perché non c’era: hanno la possibilità di accedere a informazioni maggiori rispetto a un tempo. Credo però che l’aspetto umano sia altrettanto fondamentale, soprattutto nell’entrare in empatia con i pazienti e capire quali sono i loro desideri, programmi di vita, idee sul futuro in modo da venirgli incontro con le terapie che proponiamo: le nostre proposte vanno sempre adattati ai desideri delle pazienti, naturalmente nel rispetto dei limiti della correttezza scientifica. Poi c’è l’aspetto dell’esame clinico: oggi spesso si guardano gli esami ma si trascura di visitare la paziente e creare un rapporto personale. Altrettanto importante è guardare gli esami diagnostici: oggi tutti leggono i referti e magari nessuno si prende la briga di guardare le mammografie, mentre io e papà non avevamo le mammografie digitali e guardavamo con la lente la lastra stampata”.
L’ultima riflessione è dedicata al lavoro svolto dalla Fondazione Umberto Veronesi, con la quale “cerchiamo di fare tanto in termini di prevenzione: ci manca molto sulla prevenzione primaria, ad esempio sugli stili di vita, ma anche su quella secondaria abbiamo cercato di capire perché molte donne soprattutto al centro-sud non vogliono fare questi esami, pur essendo invitate a farli gratuitamente; a volte ci è stato risposto che questi esami non venivano fatti per paura di trovare una malattia e quindi fare una chirurgia, ma questo è un approccio culturale completamente sbagliato perché se troviamo una malattia di piccole dimensioni basta un intervento rapido in un Day Hospital”.
– foto tratta da video Medicina Top –
(ITALPRESS).