
Con oltre 16 miliardi di euro mobilitati per il settore primario e un export agroalimentare che ha toccato il record storico di 72,5 miliardi, l’Italia si consolida come superpotenza globale del cibo. In questa intervista esclusiva, il ministro Lollobrigida analizza i risultati concreti di una scelta politica precisa: rimettere l’agricoltura e la sovranità alimentare al centro dell’interesse nazionale. Dalla rigidità dei controlli digitali alla lotta contro le imitazioni nei mercati chiave come gli Stati Uniti, fino al recente riconoscimento UNESCO, ecco la strategia del dicastero per trasformare l’identità culturale italiana in un vantaggio economico e competitivo globale.
Ministro, il Governo ha investito oltre 16 miliardi di euro nel settore primario attraverso il ministero dell’Agricoltura. Quali risultati concreti stanno già vedendo imprese e produttori italiani, soprattutto sui mercati internazionali?
Noi abbiamo fatto una scelta politica precisa: rimettere l’agricoltura, la pesca e l’agroalimentare al centro dell’interesse nazionale. Nel triennio 2023-2025 il Ministero che guido pro tempore ha mobilitato 16,8 miliardi di euro, con un impatto stimato di circa 87 miliardi di valore aggiunto diretto sul comparto agroalimentare e di circa 246 miliardi sul sistema-Paese. Vuol dire che questi investimenti producono crescita, lavoro e maggiore competitività.
I risultati si vedono già oggi. Nel 2025 l’export agroalimentare italiano ha raggiunto un record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015. L’Italia è oggi una vera potenza agroalimentare: conquista il 10,8% dei podi globali dell’export del settore, pur rappresentando appena lo 0,7% della popolazione mondiale e lo 0,06% della superficie del pianeta. Questo vuol dire che il mondo cerca l’Italia, ne riconosce la qualità e ne premia il modello. E con il riconoscimento della Cucina italiana a Patrimonio Unesco i nostri prodotti potranno contare su un patrimonio reputazionale e l’export ne gioverà.
Gli Stati Uniti rappresentano uno dei principali sbocchi commerciali per il Made in Italy agroalimentare. Cosa manca ancora per consolidare la presenza delle nostre eccellenze in un mercato molto competitivo?
Gli Stati Uniti vanno al di là di ciò che normalmente rappresentano altri partner commerciali perché sono anche un luogo di memoria, identità e legame profondo con l’Italia. Per milioni di italo-americani, acquistare e consumare i nostri prodotti è anche un modo di esprimere il proprio senso di appartenenza. Ed è proprio per questo che dobbiamo fare un passo in più: non basta vendere di più, dobbiamo far arrivare negli Stati Uniti più Italia autentica.
I numeri ci dicono che il mercato americano è strategico, infatti, nel 2024 gli Stati Uniti hanno pesato per l’11,5% dell’export agroalimentare italiano, con una crescita delle vendite del 17,4%. Secondo le principali rilevazioni, il valore sfiora gli 8 miliardi di euro e gli USA restano il primo mercato extra-UE per il nostro agroalimentare.
Che cosa manca ancora? Una lotta ancora più dura contro l’Italian sounding, più strumenti per riconoscere l’originale, più promozione coordinata, più capacità di accompagnare le imprese italiane dentro un mercato enorme e affollato, in cui possiamo vincere solo quando le imitazioni vengono smascherate per quello che sono.

Lei ha più volte sottolineato che il Made in Italy non è soltanto un’indicazione geografica, ma un modello basato su qualità, sicurezza, sostenibilità e giusta remunerazione del lavoro. Come si traduce questa visione nell’azione del suo dicastero?
Il Made in Italy è un modo di produrre e un modo di stare nel mondo. È l’idea che la qualità non si ottiene comprimendo il lavoro o abbassando gli standard, ma facendo esattamente il contrario: valorizzando chi produce bene, tutelando i territori, garantendo sicurezza alimentare e promuovendo filiere trasparenti.
Questa visione si traduce in misure concrete: sostegno all’internazionalizzazione, investimenti sulle filiere, contrasto alle contraffazioni, maggiore trasparenza in etichetta, disciplina della qualità anche nella ristorazione italiana all’estero, promozione di DOP, IGP e biologico, rafforzamento dei controlli.
C’è un punto che considero decisivo: l’Italia non deve inseguire modelli altrui. Deve difendere il proprio. Perché il nostro vantaggio competitivo nasce proprio da quella sintesi unica tra qualità, identità, biodiversità, cultura e lavoro ben fatto che il resto del mondo ci riconosce.
La recente legge a tutela del Made in Italy punta a contrastare imitazioni e contraffazioni. Sono state introdotte le fascette tricolore dello Stato sulle bottiglie di vino. Che impatto hanno avuto queste misure?
L’inserimento della bandiera tricolore e del logo della Repubblica sulle fascette dei vini DOC e DOCG oltre a essere un segno immediatamente riconoscibile dell’Italia, lo è anche dei valori di autenticità, qualità e trasparenza. Grazie anche alla tecnologia del QR code sviluppata con l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, con un semplice smartphone è possibile verificare origine, autenticità ed eccellenza del prodotto. Ne derivano una tracciabilità più solida e una riconoscibilità immediata del vero Made in Italy. Questo intervento si inserisce all’interno di un quadro normativo più ampio, definito dalla legge sul Made in Italy e dalla legge sulla Tutela Agroalimentare. In quest’ultima è stata resa permanente la Cabina di Regia, che ha rafforzato il coordinamento tra le diverse autorità ispettive. Il risultato è un sistema di controlli sempre più strutturato: oltre 315.000 verifiche annue, in aumento di oltre il 25% rispetto al 2021, con un’efficacia superiore al 50%, grazie a un approccio sempre più mirato e basato sull’analisi del rischio.

Accanto alla dimensione interna, si è rafforzato anche il presidio esterno e digitale: più controlli alle frontiere per garantire reciprocità e sicurezza, e un contrasto più incisivo alla contraffazione online attraverso accordi con grandi piattaforme come Alibaba, eBay, Amazon e Rakuten, per intercettare e rimuovere i falsi direttamente nei marketplace.
L’obiettivo è rendere il sistema più preventivo che reattivo, ridurre lo spazio operativo della contraffazione e aumentare la riconoscibilità immediata dell’autenticità, anche nei canali digitali globali.
Le tensioni geopolitiche e le nuove politiche commerciali internazionali stanno influenzando il commercio globale. Quali sono i rischi per l’agroalimentare italiano?
Il primo rischio è che a pagare il prezzo delle tensioni internazionali siano le imprese che producono qualità. Sebbene le flessioni del mercato Usa sia nell’ordine del 4,5%, se prevalgono dazi, barriere, instabilità e concorrenza sleale, a essere colpito può essere un modello produttivo che ha costruito il suo successo sul valore e non sulla compressione dei costi.
Per questo noi insistiamo su due linee: da un lato, una difesa forte degli interessi italiani ed europei nei negoziati commerciali, dall’altro, una strategia di diversificazione dei mercati. Deve essere presente ovunque ci sia domanda di qualità.
In questi anni il Governo ha lavorato per aprire nuovi mercati e favorire accordi commerciali internazionali. Quali sono le nuove opportunità per le imprese italiane nei mercati emergenti, dall’India all’America Latina, anche alla luce degli accordi sul Mercosur?
Le opportunità ci sono, e sono grandi. Ma io dico sempre che l’apertura dei mercati non può trasformarsi nell’apertura indiscriminata. Noi vogliamo più export, non meno regole. Vogliamo nuovi sbocchi per le imprese italiane, ma a condizioni di reciprocità.
Nelle strategie del Governo è esplicitamente indicato l’obiettivo di facilitare, insieme al Ministero degli Esteri, l’ingresso di imprese e prodotti italiani nei mercati globali, con il traguardo di 100 miliardi di export agroalimentare entro il 2030. A questo si accompagnano fondi per l’internazionalizzazione e un forte investimento sulle fiere e sulla promozione internazionale.
Mercati come India e America Latina possono rappresentare una grande occasione, ma a un patto: che nessuno chieda all’Italia di rinunciare alla qualità, alla sicurezza e alla dignità del proprio modello produttivo per entrare in un accordo commerciale.
Le regole dei nostri agricoltori devono valere anche per chi voglia esportare in Europa.
Lei ha spesso affermato che il ruolo del Governo è quello di affiancare gli imprenditori, non sostituirsi a loro. Quali sono le richieste che arrivano più frequentemente dalle aziende?
Le imprese chiedono soprattutto una cosa: di essere messe nelle condizioni di lavorare bene e competere ad armi pari. Chiedono meno burocrazia, tempi più rapidi, accesso al credito, infrastrutture più efficienti, sostegno all’internazionalizzazione e difesa dalla concorrenza sleale.
Su questo stiamo intervenendo in modo concreto. Penso al rafforzamento di AGEA come infrastruttura pubblica strategica, con oltre 10 miliardi di euro complessivamente erogati al settore agricolo nel 2025, più di 5,7 miliardi erogati direttamente da AGEA, uso superiore al 99% delle risorse dello sviluppo rurale, e un forte contrasto alle frodi con oltre 73 milioni di euro recuperati.
Il compito dello Stato non è fare impresa al posto dell’imprenditore. È togliere gli ostacoli, far arrivare le risorse in tempo e difendere il valore nazionale. È ciò che stiamo facendo.

In un contesto internazionale caratterizzato da tensioni geopolitiche, quali sono le sfide principali che l’agroalimentare italiano dovrà affrontare nei prossimi anni per conservare la propria leadership?
La prima sfida è difendere la nostra identità senza chiuderci al mondo. La seconda è innovare senza snaturarci. La terza è continuare a essere riconoscibili in un mercato globale in cui troppi tentano di appropriarsi del prestigio italiano senza averne i requisiti.
L’Italia oggi parte da una posizione di forza: è prima in UE per valore aggiunto agricolo, prima per numero di prodotti certificati, e la sua cucina è diventata il primo modello culinario al mondo riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità il 10 dicembre 2025.
Significa che il mondo riconosce l’Italia come civiltà del cibo, della qualità e della bellezza. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa forza culturale in più presenza economica, più tutela giuridica e più vantaggio competitivo.
Guardando al futuro, quale obiettivo concreto si pone il Ministero per rafforzare la presenza del Made in Italy agroalimentare nel mercato nordamericano entro la fine della legislatura?
Vogliamo far crescere la presenza del Made in Italy autentico nel mercato nordamericano e ridurre lo spazio occupato dalle imitazioni.
Oggi sappiamo che il fenomeno dell’Italian sounding sottrae all’Italia circa 100 miliardi di euro all’anno a livello globale. Sappiamo anche che gli Stati Uniti sono uno dei luoghi in cui la cucina italiana ha una forza straordinaria: insieme alla Cina, rappresentano oltre il 65% dei consumi globali di cucina italiana, e negli USA il legame con il nostro patrimonio gastronomico è anche un legame culturale profondo.
Entro la fine della legislatura vogliamo più imprese italiane presenti, più prodotti certificati, più strumenti di tutela, più promozione e più riconoscibilità dell’origine. In sintesi: vogliamo che in Nord America cresca l’Italia vera. Perché chi ama l’Italia deve poter trovare l’originale, non una copia.
L’articolo Il ministro Lollobrigida: «Export record a 72,5 miliardi, ora difendiamo il vero Made in Italy negli USA» proviene da IlNewyorkese.