
Il writing, comunemente più noto col generico appellativo di “Street art”, nasce a New York tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Fa parte di tutto quel turbolento momento sociale che attraversava la città di New York, fatto di tensioni razziali e forti trasformazioni culturali, da cui peraltro si è poi generato uno dei movimenti più importanti e significativi per la cultura globale: l’hip hop, di cui il writing è una delle quattro arti assieme all’MCing (che sarebbe poi l’antenato del rap), la breakdance e il DJing.
Le prime forme riconoscibili di graffiti sono elle firme ripetute – le cosiddette “tag” – che iniziano a comparire sui vagoni della metropolitana e sui muri dei quartieri periferici. Nomi come TAKI 183, diventato noto nel 1971 dopo un articolo del The New York Times, segnano uno dei primi momenti in cui questo fenomeno entra nel discorso pubblico. Nel giro di pochi anni, il writing si evolve in forme più complesse: lettering elaborati, murales su larga scala, competizione tra crew e una diffusione capillare lungo tutta la rete della metropolitana, che diventa la principale “galleria” della città.

Negli anni Ottanta, questo linguaggio si intreccia con altre forme artistiche e con la nascente cultura hip hop, ampliando il suo raggio d’azione. Alcuni artisti iniziano a muoversi tra strada e galleria, contribuendo a ridefinire i confini tra arte “alta” e cultura urbana. È il caso di Jean-Michel Basquiat, che parte dai graffiti firmati SAMO, o di Keith Haring, che utilizza gli spazi pubblicitari vuoti della metropolitana per realizzare disegni a gesso rapidamente riconoscibili. In questo passaggio, la street art smette progressivamente di essere solo un atto spontaneo o illegale e inizia a essere riconosciuta come una forma artistica autonoma..

Dei graffiti si parla spesso anche per la difficoltà a interpretarne il senso: il ripetersi di una scritta, spesso particolarmente illegibile, rende quest’arte finanche respingente per chi vive le città. Proprio Keith Haring ha fatto della semplicità delle sue opere il proprio segno distintivo, anche quando la sua carriera lo ha portato nelle gallerie e nei musei. Le sue figure – omini stilizzati, cani radianti, simboli ripetuti – sono pensate per essere leggibili da chiunque, indipendentemente dal contesto
Meno noto, però, è il fatto che questa logica di accessibilità si estende anche a oggetti tridimensionali e mobili, come le automobili che l’artista trasformò in superfici pittoriche, portando letteralmente l’opera in movimento nello spazio urbano.
A partire dal 10 aprile 2026, due di questi lavori vengono esposti insieme per la prima volta a Manhattan nella mostra Keith Haring: On the Street, ospitata da Free Parking, uno spazio espositivo ricavato in una ex rimessa per carrozze al 16 di Morton Street, nel West Village. L’esposizione, organizzata dal CART Department, riunisce una Buick Special 1963 e una Land Rover Defender, entrambe realizzate negli anni Ottanta.

La mostra accompagna l’uscita della monografia Keith Haring in 3D, pubblicata da The Monacelli Press, dedicata alle opere tridimensionali dell’artista. Secondo Hypebeast, le due vetture saranno successivamente incluse in una mostra museale più ampia prevista in Arkansas a partire da giugno. Accanto all’esposizione, il programma include incontri con due figure legate alla scena artistica newyorkese, Marka27 e Brad Gooch, oltre a eventi serali che richiamano il contesto culturale della downtown degli anni Ottanta.
L’ingresso è gratuito e la mostra resta aperta fino al 19 aprile, con orario 12–18. La durata limitata e la scelta dello spazio — un ambiente che mantiene un rapporto diretto con la strada — funzionano come parte del progetto: riportare queste opere in un contesto coerente con la loro origine, più vicino alla dimensione urbana che a quella museale.
L’articolo Una mostra con le auto dipinte da Keith Haring proviene da IlNewyorkese.